A tutti quei poveri ragazzi che fra droga, anoressia e prostituzione si preparano ad un lento suicidio.
La storia si ispira all'articolo n.3 della Costituzione Italiana - “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.” Tutto ciò che vedete -personaggi, città, frasi e riflessioni- sono mie invenzioni. Pertanto, ne proibisco il plagio.
«Una ragazza fragile che si fa picchiare dal suo fidanzato. Un insensibile che manipola le persone. Un'anoressica con problemi esistenziali. Un giocatore di football abbandonato dai genitori. Un down alla ricerca d'affetto. Un ragazzo di colore discriminato dai suoi coetanei. Un'isterica in preda a scatti di rabbia. Una prostituta col cuore d'oro. Una lesbica allontanata dalla gente. Le vite di ognuno di loro si intrecciano l'un l'altra, in un turbine di emozioni, roventi passioni e intense gelosie, sullo sfondo di una movimentata Saint Catherine; ed io, che do a tutto questo il titolo di Rimasti Indietro, sono qui per raccontarvele».
Quella era una mattina piuttosto tranquilla, a Saint Paul. Le finestre erano spalancate, permettendo ad un caldo sole di Maggio di penetrare nella sua camera. Rannicchiata dietro le bianche tende, in un angolino ombroso della stanza, v'era una gracile fanciulla dai capelli arancio sbiadito; gli occhi verdi, tersi e chiari, erano persi nel cielo vellutato. I fiori del mandorlo sbocciavano in tutto il loro splendore, e il candido profumo delle rose giunse sino a lei; le pareti e le coperte del grande letto erano bianche, quasi a rispettare l'armoniosa libertà con la natura circostante; dal balcone si poteva ammirare l'incantevole distesa di prato e fiori variopinti e annusare l'aria pulita di chi, come lei, viveva “fuori dal mondo”. Tutto taceva sotto il dolce tepore dei raggi solari; persino l'arpa, il cui magico suono aveva da sempre occupato gran parte del suo tempo, ora giaceva lì tutta sola, dinanzi alla finestra. Tutto sembrava morire nel silenzio. Elise si portò una mano al cuore e ne sentì i lievi battiti. Sarebbe voluta scappare lontano senza guardarsi indietro, per non sentire, per non vedere quella prigione di menzogna che lei stessa aveva creato. Ma questo non era possibile. «Quando torni a casa richiamami, devo parlarti». Elise ascoltò più volte quella voce registrata al telefono, quella dannata voce da prepotente, che, ahimè, conosceva bene. Il sangue scivolava lentamente lungo il suo braccio. Non lo richiamò.
La musica si stava diffondendo in tutta la casa. Denise adorava la musica. Era la principale fuga dai terribili problemi con cui era costretta a convivere, perché questa era la cosa che sapeva fare meglio: scappare. Era davanti allo specchio e si osservava in intimo, gli occhi color noisette percorrevano il suo corpo. «Sono grassa... orribile... repellente...», continuava a mormorare, in preda al panico. Avrebbe avuto il coraggio di andare a scuola? No di certo. Che cosa le costava un filone, in fondo? E poi, in quelle condizioni, non poteva presentarsi ai suoi compagni. Sentì delle grida dal piano di sotto, ma non ci fece caso. Pochi secondi dopo ecco suo padre, sulla soglia della porta, rosso e sudato; continuò a gridare parole incomprensibili, ma lei non aveva nessuna voglia di starlo a sentire. «Vuoi spegnere quella cazzo di radio, porca puttana?!» Denise obbedì. Calò un imbarazzante silenzio. Lui la fulminò con lo sguardo e tornò di sotto, diretto ai fornelli e alla sua colazione; la moglie era morta molti anni prima. Sospirò profondamente e tornò ad osservare il suo corpo secco e ossuto, ancora troppo in carne ai suoi occhi.
Tutti hanno qualcuno per cui vivere. Qualcuno per cui combattere, lottare fino alla fine. E se una qualunque persona diceva che Michael, un diciottenne americano cordiale ed esuberante, non era capace di amare nessuno fino a quel punto... beh, non lo conosceva affatto. Piuttosto estroverso, poteva avere tutti gli amici che desiderava; ma lei, lei, la taciturna signorina in fondo alla classe, sempre sola, era una sorta di calamita per lui: trascorreva il suo tempo a fissarla, sperando in qualche modo che lei gli rivolgesse uno dei suoi profondi sguardi, o uno dei suoi splendidi quanto rari sorrisi, ma invano. «Amico, non hai speranze» gli disse piano il suo vicino di banco, posandogli una mano sulla spalla. «Non ti guarda nemmeno... dai, lascia stare». Michael non si mosse. «Ehi, guarda che ci ho provato anch'io. In realtà non è interessata a nessuno, quindi lasciala perdere...» Ma non poteva. Sentiva che quella strana ragazza nascondeva qualcosa, qualcosa di cui lui non poteva fare a meno, e che doveva scoprire a tutti i costi; sapeva di essere attratto da lei, come tanti altri del resto, ma la fastidiosa sensazione di perdere una battaglia e la sua stramaledettissima testardaggine, che spesso lo trascinavano nei guai, lo spinsero ad alzarsi e a camminare verso la sua Giulietta, la donna per cui era disposto a lottare fino alla morte, consapevole dei rischi ma allo stesso tempo forte e sicuro come non mai.
«Ehi Max, hai preso quel fottuto cellulare?» «Sì cazzo, sto filmando tutto!» «Girati, dai!» «Guardate! Si è cagato addosso!» La classe scoppiò in una fragorosa risata. Volavano carte appallottolate, matite, penne e quant'altro ancora; gli studenti urlavano e ridevano come pazzi e del professore neanche l'ombra. Damon non riusciva a capire cosa stesse succedendo. Era in piedi, accanto alla cattedra colma di fogli volanti e libri vari; tutti i suoi cari compagni ridevano, ma non riusciva a capire il motivo, e siccome voleva molto bene ai ragazzi -e sicuramente il sentimento era ricambiato- si chiedeva perché non facessero ridere anche lui. Era contro la lavagna, incapace di ricordare come ci fosse arrivato, e quando provò a voltarsi qualcuno lo prese per i capelli e gli fece sbattere la testa al muro. Le risate si fecero più forti, e anche lui rideva, perché se i suoi amici erano contenti anche lui era contento. Sentì dei piccoli passi avvicinarsi, e doveva essere una donna, perché il lieve rumore dei tacchi era inconfondibile. «Lascialo stare, Revan», mormorò una voce melodiosa. Elise, forse. Chi è che doveva lasciar stare? Revan lo conosceva - era un bravo ragazzo, non faceva del male a nessuno. «Tranquilla bambola, non disperare, all'uscita ci facciamo una bella scopata. Ok?» Un secondo, un sospiro e poi lo schiaffo. Sentì la mano che lo teneva fermo allentare la presa, e Damon poté girarsi e sorridere alla classe esultante. Un quaderno lo colpì dritto in faccia.
«Perfetto, Jim! Continua così e vinceremo sicuramente!», il professore di Educazione Fisica gli strizzò l'occhio. Jimmy, dal canto suo, sorrise e abbassò la testa; era il tipico studente modello che tutti gli insegnanti lodavano con orgoglio – educato, gentile, diligente e allo stesso tempo determinato, veloce e abbastanza forte nel football americano. Alcuni ragazzi lo osservavano carichi di gelosia. Possibile che uno come lui, un plebeo spuntato da chissà dove, arrivato a scuola, per giunta, verso la metà dell'anno scolastico, potesse entrare a far parte della loro rinomata squadra e conquistare in così poco tempo tutti i docenti – compreso quello di motoria? Jimmy si accinse a tornare in classe prima del suono della campanella, quando sentì i commenti dei suoi compagni alle sue spalle – probabilmente usavano un tono di voce un poco più alto, giusto per farsi sentire da lui. «I neri come lui dovrebbero andare a pulire i cessi». «Leccaculo e pure frocio». «Che schifo, scommetto che sua madre fa i pompini a tutti quan...» Jim si bloccò. Sua madre? Tornò sui suoi passi, stavolta diretto verso quella banda di impertinenti. Si avvicinò ad uno di loro, guardandolo dall'alto al basso; il cafone gli rivolse un'occhiata sprezzante. «Sei proprio un bambino», gli soffiò Jimmy all'orecchio. «Vuoi fare a botte, pezzente?» «Qui nessuno alzerà le mani finché ci sono, intesi?», una voce tonante li interruppe. Jim si voltò, trovandosi di fronte un suo coetaneo poco più basso di lui, con i capelli e gli occhi castani, il sorriso furbo e un fisico piuttosto allenato. «Piacere, Michael, il capitano», aggiunse stringendogli la mano. «Volevo solo insegnargli le buone maniere, non picchiarlo». «Sì, sì, lo so, con Bart bisogna essere pazienti», agitò una mano con noncuranza, quasi a ripetere per l'ennesima volta una frase ormai imparata a memoria. «Tu sei...?» «Jimmy. Jimmy Cruz». «Cruz? Sei il brasiliano di cui ho sentito parlare?» Si stupì. Chi parlava di lui? Sicuramente dei villani come quelli della squadra. «Sì...», ammise a bassa voce. Michael lo guardò perplesso ancora un momento. «Beh... che ne dici di fare un giro, Jim?»
Vivi e lascia vivere era un motto praticamente sconosciuto alla grigia e monotona città di Stones. I suoi cittadini erano, almeno all'apparenza, persone perbene dai sorrisi affabili e la voce calma e serena. Margot odiava tutto questo. Odiava trovarsi lì, odiava avere a che fare con degli ipocriti, odiava aver lasciato il suo paese d'origine e odiava coloro che l'avevano trascinata in quel posto nero. Sì, perché infondo erano stati i suoi genitori ad assicurarle una vita migliore e degli studi migliori; Saint Catherine non era un granché e non poteva offrirle molte probabilità di lavoro, ma di certo era più energica e attiva della lugubre Stones. Aveva vissuto a Saint Catherine per circa diciotto anni, dove il suo carattere estroverso le aveva permesso di costruirsi, pian piano, un grande palazzo di amicizie; e ora, dopo un violento tornado, non ne rimanevano altro che detriti. Era costretta a ricominciare tutto da capo, in quella città dove la gente come lei era messa da parte; l'ipocrisia, la falsità e tutto ciò che Margot detestava era sugli altari. Aveva sognato molte volte di tornare alla sua vecchia Saint Catherine, per vedersi di nuovo in una risata sincera, ma immaginare se stessa proiettata in un futuro lontano, con tanti figli e tanti soldi, era decisamente più allettante. E poi se non era felice adesso lo sarebbe stata in seguito, quindi perché preoccuparsi? Ma la verità era che l'atmosfera buia della città la stavano dominando senza che se ne accorgesse, cancellando tutti i residui lieti e frizzanti in lei, scavando nel profondo fino ad arrivare a cambiarla radicalmente. Margot gettò il capo all'indietro e fece svolazzare i lunghi capelli lisci e neri come petrolio. Tutto di lei non combaciava con la perfezione apparente degli altri: i poveri piedi, costretti su scarpe coi tacchi a spillo, la sorreggevano a malapena; i vecchi jeans erano sdruciti e ormai troppo stretti; il verde smeraldo dei suoi occhi era messo in risalto dal loro rossore, segno di parecchie notti in bianco. Quando rialzò lo sguardo realizzò di trovarsi nel piccolo appartamentino suo e del fidanzato. Diede un'occhiata al tavolo zeppo di ciotole vuote, macchie di latte, tegami sparsi e il tè che le era scivolato a terra la mattina stessa, nella fretta quotidiana. Sulla sua estremità, in procinto di cadere, erano appoggiate ben quattro buste da lettere; le prese e le guardò una ad una con aria di sufficienza. Ovviamente erano pagamenti; e lei, che era in bolletta totale, iniziò a domandarsi da dove avrebbe cacciato tutti quei soldi. Poi, stupita, notò un'altra lettera. Il mittente era Alex; niente da pagare, dunque. La aprì con cautela e mille sensazioni la invasero; si sentiva come una ragazzina prima di scoprire una grande verità. Alex, anche se lo conosceva da tempo, le faceva ancora questo effetto. La scrittura era disordinata e il foglio era macchiato in più punti; Margot se lo immaginò ore prima, nella mattina, chino sul tavolo ancora sporco impegnato a mettere su qualcosa di decente – prima di scappare al bar o a giocare a calcio. Sorrise al solo pensiero e cercò di decifrare le poche frasi confuse di Alex. “Cara Margot, non so più cosa provo per te. Brucia pure le mie foto, dimenticami, cancella tutto ciò che ti ricorda i momenti felici passati insieme. Ma non cercarmi più. Addio.” Margot fissò il testo senza riuscire a credere ai propri occhi. Lo rilesse più volte, soffrendo lo stesso dolore di una lama, seppur invisibile, conficcata nel petto. Le mani tremavano e lasciarono cadere la lettera, così come cadeva il suo cuore, lentamente, fino ad infrangersi a terra in mille schegge di malinconia. Non aveva avuto il coraggio di dirle tutto in faccia, preferendo una via più semplice e vantaggiosa: un foglio di carta. Lei gli aveva donato tutto: Amore, soldi, felicità. Lui... la ricambiava così. E d'un tratto si accorse di essere sola, sola contro lui, sola contro la sua cerchia di compagni inaffidabili, sola contro tutti. Ma a lei andava bene così.
Il sole cominciava a sparire dietro le basse montagne. Il tramonto era uno dei momenti che adorava osservare di più; era la morte della giornata, la fine dei sorrisi, degli scherzi e della gioia, della sfavillante luce del sole, il tempo della stanchezza e delle riflessioni. Riflettere ed esplorare, con la mente e con il corpo, erano le azioni preferite di Jackson - anche se a prima vista, dal suo essere possente e aggressivo, nessuno l'avrebbe detto. Eppure era bello sentire la brezza leggera nei suoi capelli corvini, quasi a rassicurarlo, a sostenere la sua già ferma convinzione che in qualunque caso e in qualunque luogo lui ce l'avrebbe fatta, che si trattasse di fare un esame particolarmente facile o di buttarsi da un elicottero, senza paracadute. Era proprio il suo carattere combattivo, la sua intelligenza, il suo fascino o la sua popolarità ad attirare gli altri come le mosche al miele? Spesso si era posto questa domanda, senza riuscire ad avere effettivamente una risposta; gli altri non sapevano nemmeno di che pasta era fatto veramente, non erano al corrente di ciò che era capace di fare, e, fortunatamente, pochi avevano sperimentato la sua potenza. Erano tutti così ingenui, così convinti di poter diventare suoi amici...! Lui non aveva amici: quelli che lo circondavano erano solo passatempi, persone con cui parlare in assenza della sua fidanzata – e neanche con lei si confidava molto. Erano marionette da muovere a suo piacimento, oggetti da usare e poi gettare; per questo era divertente.
Francesca ascoltava i suoni notturni della città dal suo balcone, poggiando il mento sulla mano. L'arietta estiva era delicata e deboli le luci dei lampioni lontani; chiuse gli occhi, sbuffando. “Oh, se solo lei fosse qui...” «Tesoro, vieni a tavola, è pronta la cena!» “Smettila di tormentarmi, non voglio, non voglio!” «Sì mamma, arrivo fra un minuto...» Il cellulare vibrò. Era Rosalie, lo sapeva già. Ma non aveva nessuna intenzione di risponderle. Da quando i suoi si erano trasferiti in America lei si era persa; aveva dovuto lasciare tutti i suoi vecchi amici per avventurarsi in una scuola dove non conosceva assolutamente nessuno, e le cose, in quel momento, non andavano proprio bene. L'Italia cominciava a mancarle terribilmente...
La periferia notturna di Saint Catherine era cosparsa da luci e sgargianti colori, provenienti maggiormente dai locali riservati ai soli adulti. Girare poi per le strade, da soli e indifesi, era un vero e proprio pericolo; lì si concentravano gruppi della mala gente, spacciatori di droga e, come è solito vedere nelle zone di cattiva fama, prostitute. Francine faceva parte di quest'ultima categoria. La pessima condizione familiare in cui era costretta a vivere, i pochi soldi che aveva in tasca e la perdita delle amicizie a lei care l'avevano costretta a spingersi verso quei luoghi che dapprima disprezzava; ora, fra il fumo, la droga e lo sporco sesso a pagamento si era fatta una nuova vita, una vita che comprendeva sì molti ostacoli, ma anche delle vere amiche, indipendenza e tanta voglia di lottare per sopravvivere. All'inizio aveva avuto paura di inoltrarsi in quel tunnel profondo, che non garantiva un'uscita e si mostrava via via sempre più buio, ma poi, col passare del tempo, ci aveva preso gusto. In fondo andare a scuola e fingere di essere una ragazza perbene, raccogliersi sempre i lunghi capelli biondi in una coda di cavallo e indossare vestiti che superavano le ginocchia non faceva per lei. Non era più la bambina innocente dagli occhioni azzurri con la maglietta rosa e la vocina imbarazzata. Era cambiata, era una donna nuova. E i suoi mini-vestitini, il suo carattere forte e deciso e il suo modo di far cadere gli uomini ai suoi piedi era la prova. Un uomo sbatté violentemente la bottiglia di birra sul tavolo, urlando come tutti gli altri, evidentemente ubriaco. Lei, rimasta in mutandine e reggiseno, si appoggiò alle sue gambe e avvicinò la lingua al suo collo. La musica le stava dando alla testa, ma non ci fece troppo caso. Chiuse gli occhi e continuò il suo amaro lavoro.
«...e mi accorgo che una volta assaggiato il dolore poi non fa più tanto male». (Elise Lemaire)
Violenza. Una parola dura, brutale, disumana; eppure vera. E diventa ancor più vera, ancor più terribile se praticata da qualcuno che ami. Elise giaceva immobile sul suo letto sfatto, l'espressione smarrita. Il suo corpo presentava segni evidenti dell'abbandono: i lividi violacei, la pelle cerea e smunta, le profonde occhiaie, gli occhi infossati e spenti. Si alzò lentamente, poggiando i piedi sul freddo pavimento; sollevò lo sguardo, incontrando gli occhi del suo riflesso nello specchio. Quella era lei: uno scheletro vivente, prossimo alla morte. La sua vita, come la vedeva lei, era poco dissimile da un quadro; un tempo festoso e colorato, ora sgualcito, graffiato dal mostro. Frammenti di tela erano sparsi a terra, appartenenti ad un'altra Elise, una parte di vita lontana, che lei non avrebbe più vissuto. Nel quadro incolore non rimanevano altro che squarci profondi, ferite ancora aperte, grondanti di sangue. «Bring me to life», disse a bassa voce. Si toccò piano i capelli ondulati, il cui colore arancio sbiadito riluceva al sole. Aveva ancora la matita sugli occhi della sera precedente, ma non era sbafata: non aveva versato una lacrima.
Era l'ora di Tecnologia. La classe non prestava minimamente attenzione alle parole del professore, anzi; c'era chi giocava a carte, chi chiacchierava allegramente, chi cambiava posto per stare accanto al proprio amico del cuore, chi lanciava gomme e matite. Elise era sola, come sempre. Il tenero viso era premuto contro il vetro della finestra. Il banco accanto a lei era sempre vuoto, e l'unica amica che aveva era la piantina adagiatale vicino; per qualche giorno aveva annusato il suo buon profumo, chiedendosi se prima o poi sarebbe diventata anche lei un bel fiorellino, ma dopo aveva cominciato ad appassire, e i petali cadevano uno dopo l'altro, lo stelo si abbassava come per piangere, e a lei non rimaneva più nessuno, nessuno tranne il terribile pensiero che la sua vita, già grigia, si sarebbe inaridita fino a morire. «Eli! Sempre triste, eh?» Sentì una voce allegra alle sue spalle. Poteva essere solo lui, ... «Michael», lo salutò. Lui fece un cenno con la testa, si sedette senza fare troppe chiacchiere e rimase ad osservarla. Lei detestava essere fissata: si sentiva denudata, scoperta dai suoi peccati. «Che hai da guardare?», chiese irritata. «Niente». Sorrise affabile. Michael era il tipo di ragazzo che lei preferiva come migliore amico: non era il più bello della scuola, non era il primo della classe, non era più fico e nemmeno più ambito degli altri. Ma aveva qualcosa di speciale, che la spingeva a credere e a fidarsi di lui; perché sotto i capelli color nocciola, gli occhi ardenti e il carattere un po' invadente e mattacchione si nascondeva un cuore di panna. «Come stai?» chiese allegramente. «Bene», mentì lei. «Io invece ti vedo un po' stanca ...» «Fatti gli affari tuoi». Ficcanaso, pensò, ma si pentì subito dopo. Lui, ovviamente, non smise di sorridere; ma Elise notò che i muscoli del suo volto erano più tesi di prima. «Siamo di cattivo umore oggi?» Attenzione, schiaffo in piena faccia in arrivo, lo avvertì Elise mentalmente. Ma evidentemente Michael doveva dirle qualcosa, e quando doveva parlare non importava né l'ora né il momento. Perciò avrebbe anche passato tutta la mattina a fissarla, e anche la mattina dopo, finché lei si sarebbe stufata e gli avrebbe chiesto, con aria stanca e snervata, il perché di quell'atteggiamento. Comportarsi da bimba incompresa sarebbe stato inutile, contro una testa dura come quella di Michael. «Che devi dirmi?» Il sorriso scomparve per un attimo dal bel viso del ragazzo, lasciando posto ad un'espressione distratta e persa in altri pensieri, ma fece la sua ricomparsa subito dopo. «Niente di che. Volevo solo chiederti se stasera sei impegnata». Lei era un po' stupita. «È... un appuntamento?», chiese incerta. «Nah, solo un'uscita fra amici». Detto questo le fece l'occhiolino e si alzò, non prima di aver annunciato: «Vengo a casa tua alle otto», e se ne tornò tranquillamente al suo posto.
La sua camera sembrava più stretta, ogni giorno che passava. Ed Elise poteva dire lo stesso sul controllo che Jackson esercitava su di lei. In quel momento era sdraiata per terra, gli occhi incollati al soffitto. I capelli s'intrecciavano al groviglio di roba sparsa per terra, come in un fuoco rovente; non erano né rossi né arancioni, una via di mezzo, un colore che si poteva ottenere solo con la tinta. L'eccezione. E lei era nata così. Un brivido di freddo le percorse la schiena. «Nah, solo un'uscita fra amici». Ripensò alle parole di Michael. Che cosa provava lui per lei? La considerava davvero solo “un'amica”? E dove l'avrebbe portata? Perché aveva detto solo «vengo a casa tua alle otto»? E se voleva farle del male? Nessuno può sapere cosa frulla nella testa della gente; e lei ne aveva avuto la prova sulla sua fragile pelle.
Per le sue compagne di classe era una cosa assolutamente normale essere fashion; tutte avevano vestiti firmati, tutte portavano costosi gioielli e tutte parlavano dei loro boys. Saint Catherine non era un paese molto grande, e neanche troppo famoso, ma ciò che lo caratterizzava era il carattere incredibilmente snob della maggior parte dei suoi cittadini. Elise, poi, che era tutt'altro, non veniva minimamente considerata dalle ragazze attorno a lei – c'erano troppe motivazioni per le quali lei non era il loro tipo. Il suo disinteresse verso la moda – che per loro era un sacrilegio -, verso gli altri e verso se stessa facevano sì che stessero alla larga da lei. Ma Michael, un ragazzo audace, aveva azzardato un passo verso di lei - la cupa e temibile Elise Jaqueline Lemaire, che il volto, a quanto dicevano molte pettegole, minacciava la morte a chiunque le si fosse avvicinato troppo. E quindi, quella doveva essere una sera speciale; speciale perché aveva provato incessantemente delle fughe dalla sua vita, senza successo, e adesso non ne vedeva più l'utilità; speciale perché aveva una persona con cui chiacchierare e ridere, e non lo faceva da troppi anni; speciale perché avrebbe potuto provare il vestitino nuovo – quello per le occasioni straordinarie! - senza essere guardata storto dal suo fidanzato; speciale perché poteva scappare dagli sguardi possessivi di Jackson, mentre l'adrenalina e l'emozione forte di fare pazzie, di evadere da quella prigione anche solo per una volta, cresceva come cresce in una bambina che nasconde delle caramelle rubate; speciale perché usciva con Michael, e per lei era il massimo. Mentre si specchiava e si truccava con cura - cosa che, di norma, non le era concesso fare - cominciò ad immaginarsi la serata; lei che prendeva la mano di lui e... no, no, era lui che prendeva la mano di lei, e poi le sussurrava parole dolci, le accarezzava i capelli, si avvicinava alle sue labbra... L'immagine sparì come una nuvoletta di fumo. Che cosa stava facendo? Non poteva tradirlo; i lividi sul braccio tornarono a dolere, così come l'episodio di qualche sera prima. Erano stesi entrambi sul letto, nudi, come al solito; sui polsi di lei c'erano ancora i segni delle corde troppo strette. La voce di lui era fioca, lontana alle orecchie di Elise, ma sempre pungente e capace di farle male. Non puoi condividere con nessun altro il tuo amore, diceva. Il tuo corpo, i tuoi capelli, i tuoi occhi... tutto di te mi appartiene. Io e te siamo e saremo una cosa sola. Per l'eternità. E lei doveva accettare, sempre e comunque, perché era questo il prezzo da pagare... per continuare a vivere. Lo squillo irritante del citofono la fece sobbalzare; si precipitò alla finestra, per accertarsi che fosse arrivato proprio lui. «Scendo subito!», gridò per farsi sentire. Corse in camera e rise di gusto a tutto il disordine che era capace di creare lì dentro. Poi gettò un ultimo sguardo allo specchio e volò via sui tacchi, agile come una gazzella, soave come una ballerina – perché lei era la Cenerentola di quella sera e nessuno l'avrebbe sciupata, nemmeno lo scoccar della mezzanotte.
Michael era seduto comodamente nella sua BMW, che gli era costata un occhio della testa, e tamburellava con impazienza le dita sul volante. Sporse un po' la testa oltre il finestrino, annusando un profumo che, stranamente, aveva già sentito giorni prima. La casa dei Lemaire - la famiglia francese - era ben lontana dal trambusto della città, e per ammirare quel paradiso terrestre valeva la pena di sprecare un po' di benzina; forse, pensò Michael, i Lemaire non conoscevano nemmeno il significato di “agitazione”. Tutto, lì, infondeva beatitudine, dal bianco della casa e gran parte del mobilio, al prato morbido e fresco e alla quantità spropositata di fiori e aromi penetranti. Anche Elise, almeno a scuola, dove lui la vedeva più spesso, era silenziosa e imperturbabile – i suoi genitori, dunque, dovevano essere sicuramente delle persone calme e pazienti; si immaginò la madre, piccola e bianca come la figliola, con i capelli castani raccolti in un chignon e gli occhi color del caffè, e poi il padre, alto e snello, anch'egli bruno e pronto a viziare la giovane. Non aveva mai avuto l'onore di vedere i parenti della sua compagna, né di conoscere a fondo Elise, perché lei, quando qualcuno le rivolgeva la parola, stringeva le braccia intorno a sé e continuava a guardare fuori dalla finestra – raramente dava risposte esaurienti. Lievi passi dietro di lui lo riportarono coi piedi per terra. Si voltò rapido, sbattendo accidentalmente il capo – si era dimenticato di avere la testa ancora fuori dal finestrino. Quella fragranza delicata che aveva percepito poco prima pervase dolcemente le sue narici. La graziosa figura della giovinetta sfoggiava un sorriso ammaliatore, ravvivando un poco il pallore spettrale della sua pelle. Michael rimase imbambolato; era la prima volta che i suoi occhi vedevano una Elise allegra, e, a dirla tutta, adesso non sembrava più nemmeno lei. Lei era una ninfa, una divinità della mitologia greca alla quale donava il suo cuore innamorato. «Sei la creatura più bella che avessi mai visto». Le parole gli sfuggirono di bocca senza che se ne rendesse conto. Non era un gran sentimentale, ma la sorpresa della ragazza, evidentemente, gli aveva fuso il cervello. Elise ampliò il sorriso, rossa da capo a piedi. Qualsiasi complimento la mandava in iperventilazione, anche il più sciocco, e maledì mentalmente le sensazioni di svenimento e l'accelerazione preoccupante del battito cardiaco. «Grazie», mormorò con voce flautata. Si sedette cautamente, cercando invano di coprire le cosce – era imbarazzante sapere che il suo vestitino non arrivava nemmeno alle ginocchia – mentre il moro le posò una mano sulla spalla scoperta appena, amichevolmente, scoprendo solo in quel momento quanto fosse liscia e setosa. La flebile luce proveniente dalle candeline sul prato illuminava il delizioso viso della ragazza; lui le prese il mento costringendola a voltarsi, e fissò le sue incantevoli labbra, rosse e accomodanti come fragole, bramando di averle solo per sé... Ma non poteva farlo. Erano solo compagni, e lei non avrebbe mai e poi mai accettato di stare con lui. Michael distolse lo sguardo per non perdersi di nuovo nella purezza dei suoi occhi, e posò le mani sul volante. Sapeva di avere addosso il suo sguardo da cerbiatta, e in quel momento avrebbe tanto voluto dare sfogo alle sue voglie più nascoste, ma non poteva. Mise in moto l'auto e partì per il locale che gli avevano consigliato gli amici: «Se la porti là te la fai di sicuro».
«Sono contenta di essere tua amica». Se ne uscì Elise, dopo ore di chiacchiere inutili. La verità era che poteva dirgli molto di più, perché ultimamente ne faceva di pensieri su di lui, ma non voleva andare troppo oltre. Parlava raramente con Michael, e sapeva poco sul suo conto, quindi, pensò, era meglio girarci intorno prima di donarsi come aveva fatto con l'altro. Eppure quella sera lo vedeva sotto un'altra ottica; i suoi occhi di cioccolato erano fiammeggianti, le sue guance arroventate, la sua camicia appena sbottonata, lui, in generale, era tremendamente sexy. «Anch'io. Sei veramente fantastica». Il sangue fluì ancora sulle gote di lei, tingendole di un rosso vivo. «A che pensi?» Le chiese, nel tentativo di non farle intuire i suoi pensieri, che di casto avevano ben poco. Si aggrappò disperatamente al bordo del tavolo, cercando di non farsi notare dalla giovane. «Ah... ehm... sì... beh, a niente», balbettò lei. «E tu?» Merda. Una parte di lui doveva trovare assolutamente una risposta decente, mentre l'altra ardeva dall'irrefrenabile bisogno di prenderla e baciarla con fervore; che importava della gente, che importava dello scandalo, quando poteva spogliarla e possedere quel corpo da sballo? «I-io? Mah, a tante cose» «Tipo?», si avvicinò curiosa. Il suo profumo zuccherino non aiutava. “Tipo a fare sesso con te” «Tipo ai tuoi splendidi occhi». Da dove era uscita una fandonia del genere non lo sapeva; i suoi occhi, benché favolosi, non avevano priorità - almeno non in quel momento in cui lui era impegnato a fantasticare su qualcos'altro. Lei parve non accorgersi di nulla, anzi, gli sorrise amabilmente; e lui, che ormai aveva ceduto alla parte impulsiva del suo cervello, strinse la sua mano calda e sudaticcia a quella esile e fredda di lei, lasciò i soldi sul tavolo e la condusse fuori, nella notte calda e carezzevole.
«Che rumore fa la felicità? Mentre i sogni si dissolvono e gli inverni si accavallano quanti spilli sulla pelle, dentro il petto, sulle spalle ma amo il sole dei tuoi occhi neri più del nero opaco dei miei pensieri». (Denise Collins - Negrita)
«Signorina Collins, il suo compito è stato ottimo. Come al solito». «Come al solito...» bofonchiò qualcuno. Denise accennò ad un sorriso, voltandosi verso quel distinto e superbo ragazzo; non erano i suoi splendidi voti a renderla felice, no, era lui, il giovane dai capelli scuri e gli occhi blu a farle battere il cuore, ad aiutarla a non sentirsi sola, a darle quel briciolo di motivazione in più per non suicidarsi. Ma Jackson non guardava lei. Non la guardava mai. Il suo sguardo bello e fiero era sempre puntato su Elise, - la figlia di Venere, così aggraziata e affascinante, una donna di rara bellezza – che, per questo, era divenuta la sua peggiore rivale. I suoi occhi di ghiaccio si assottigliarono; era nervoso e irritato, Denise lo sapeva bene. Lo conosceva meglio di quanto lui pensasse, e, anche se non se n'era mai accorto, o così pareva, lei spiava e seguiva ogni suo movimento. Lei c'era quando Jack aveva vinto la partita, c'era quando si ubriacava, c'era quando, stranamente, si era rotto una gamba; Lei era lì, perché viveva solo per lui: ed Elise? La sua incantevole fidanzata, dov'era? Che importanza aveva quella ragazza nella sua vita? Cos'aveva di tanto speciale per essere la sua preferita? «Collins? Signorina, va tutto bene? Denise-Marie-Collins, è ancora con noi?» Denise si risvegliò dai suoi pensieri. «C-certo. Tutto okay», prese il foglio e si diresse al banco, incapace di descrivere le proprie emozioni.
«Sono tornata!» Nessuna risposta. Denise attraversò a piccoli passi il corridoio e diede uno sguardo alla cucina. Suo padre era seduto sul divano, dandole le spalle, e appena si accorse del suo arrivo balzò in piedi. «È questa l'ora di tornare?» le urlò contro. Denise non rispose, provando il bizzarro desiderio di osservare il pavimento. Non aveva fratelli né sorelle, lo stipendio del padre era abbastanza alto e non avevano alcun problema economico; non aveva nulla di cui lamentarsi, dunque. E invece quello che mancava in quella casa, fra di loro, nel suo cuore... era l'affetto di un padre troppo preso dai soldi e dal lavoro. Sua madre e suo padre non erano mai stati bravi genitori, e Denise non sentiva nessun sentimento positivo verso di loro; a volte era certa che, se anche suo padre fosse morto, non avrebbe provato nulla – se non un piacevole senso di meritata libertà. «È questa la fottutissima ora di tornare, eh?» continuò lui. «Rispondimi stronza, so che mi stai ascoltando!» Un angosciante silenzio piombò nella stanza. Lui sospirò, furente, e borbottò: «E dire che mi tocca anche tenerti in casa...» Una lacrima rigò il volto della diciottenne, che, nonostante l'età, pareva ancora così piccola e fragile.
Sapere che, prima o poi, sarebbe dovuta tornare a casa e sorbirsi le grida del padre era deprimente; l'idea di scappare era più allettante, in fondo. Camminava a passo veloce, senza una meta. Magari poteva fermarsi da qualche amico e chiedere se poteva restare lì qualche giorno, ma, ora che ci pensava, lei non aveva un amico. Quindi, a chi chiedere? Quella situazione sembrava un labirinto senza uscita, aveva pianto, aveva urlato, ma invano. E quando aveva perso tutte le speranze, quando si era ormai abbandonata alla triste realtà, ecco la luce; quella luce che aveva aspettato da anni, pregando, desiderosa di qualcuno che la capisse, che l'aiutasse a non cadere in quel profondo baratro tanto cupo e inquietante. «Attenta!» una voce maschile, una stretta al braccio e una frenata. Era accaduto in un secondo. Denise alzò lo sguardo, stupefatta; si trovava sulla strada, una macchina era ferma davanti a lei. Qualcuno, probabilmente, l'aveva spinta indietro salvandole la vita. «Va tutto bene?» Era ancora viva. Se quello sconosciuto non l'avesse salvata si sarebbe trovata in una pozza di sangue. E invece era ancora lì, in piedi, lo sguardo fisso per terra. E se invece l'avessero lasciata morire? Se invece nessuno l'avesse salvata, dando poca importanza ad un'altra vita il cui respiro, pian piano, si affievoliva fino a svanire nel nulla? «Ehi, mi senti?» Si voltò. Il ragazzo la guardava intensamente, aspettando paziente una risposta. Non era la sua tuta sporca di fango a catturare l'attenzione di Denise, e nemmeno la sua corporatura robusta; erano i suoi misteriosi occhi neri, d'infinita bellezza, eppure così tristi - “che mai mi stancherò di guardarli”. Per la prima volta accettava un ragazzo diverso. Per la prima volta accettava un ragazzo down.
«Sei sicura di stare bene?», chiese preoccupato. «Certamente» Denise gli sorrise, e lui fece altrettanto. Lui la guardò ancora per un istante, poi si riprese. «Comunque mi chiamo Damon, Damon White. Nice to meet you». «Il piacere è mio. Io sono Denise Collins», gli strinse la mano. Continuarono a camminare, in silenzio; prima o poi si sarebbero dovuti lasciare, ognuno sarebbe andato per la sua strada, e Denise si sarebbe ritrovata nuovamente sola. Ma, in quel momento, nessuno dei due aveva intenzione di lasciare l'altro. «Ti ringrazio ancora, ti devo la vita. Se non fosse stato per te ora chissà dove sarei», rise amara. Damon pronunciò un flebile «figurati» senza guardarla. «È questa casa tua?» disse poi, quando Denise si fermò dinanzi ad un cancello. «Sì». La giovane bionda sospirò tristemente. Il ragazzo la scrutò, con lo stesso sguardo intenso di qualche ora prima, forse cercando risposte negli occhi di Denise – perché nei suoi occhi c'erano disperazione e grida silenziose. «Immagino che frequenti il T. Johnson High School». «Ovviamente». «Allora ci vediamo domani. Ciao». Denise si voltò soltanto quando fu sicura che lui era ormai lontano, osservando la sua schiena allontanarsi. Aspettava ardentemente l'indomani. Aspettava ardentemente l'alba della sua nuova vita.
«A domani...»
Di nuovo lì. Di nuovo in quella maledetta cucina. E ora? Come avrebbe fatto a nascondere tutto? Cosa avrebbe raccontato al padre? Pianse. Ma piangere non risolveva il suo problema. Eppure era quello che faceva sempre – incapace. Incapace di controllarsi, incapace di socializzare, incapace di essere una persona come tante, incapace di vincere una battaglia in amore, incapace di avere un buon rapporto con il padre - incapace di vivere. Era per terra, la testa appoggiata ad una sedia qualsiasi. Cartocci vuoti di patatine fritte e resti di cioccolata erano sparsi per il pavimento. Asciugò le lacrime e si alzò, lentamente, come per eseguire un'azione a cui ci aveva fatto l'abitudine. Era il bagno la sua direzione; e poco dopo i conati di vomito furono gli unici rumori nella casa.
Il venticello soffiava leggero sui suoi capelli d'oro puro, il cielo sereno sorrideva per lei. Era una delle tante calde mattine di Maggio in cui Denise preferiva starsene a casa piuttosto che andare a scuola, ma quel giorno avrebbe rivisto Damon e niente e nessuno poteva impedirle di entrare in quel dannato edificio. Camminava silenziosamente, cercando di non farsi notare. Ma una fresca fragranza fiorita, dagli accenti di muschio e fiori di loto, s'insinuò delicatamente nelle sue narici. Elise. L'aggraziata figura la raggiunse, accennando ad un sorriso poco convincente. Era bella come sempre, una rosa in procinto di sbocciare, e Denise era verde d'invidia... come sempre. «Ciao». «Ciao», rispose tetra Denise. Proseguirono per un altro pezzo di strada senza proferire parola, finché Denise, irritata dalla sua presenza, sbottò. «Insomma, sei qui per dirmi qualcosa?» Elise la guardò seria. «Ho visto come guardi Jackson». Colpita e affondata. E ora? Il suo umore era letteralmente caduto a terra, solo per quella strana ragazza. Perché nessuno non la lasciava in pace? Era così divertente tormentarla? Riprese a camminare. «E con questo? Non mi pare che t'importi qualcosa di lui» disse nervosamente. Ma in fondo si aspettava – e sperava - di averla lasciata di sasso. «Infatti». La bionda si fermò di nuovo. Le stava dando ragione? Ma non doveva rimanerci di sasso? «C-come scusa?» «Lui è pazzo di te». «Non è una risposta». Elise le sorrise e s'incamminò verso la scuola, senza aggiungere altro.
Denise era appena entrata in classe, attirata dallo strano silenzio che v'era dentro. Ma ovviamente, notò con un sorriso sarcastico sulle labbra, non era arrivato ancora nessuno. Posò i libri sul banco e sospirò. Detestava quell'ambiente; le finestre erano chiuse e l'aria viziata, il sole batteva sull'ala opposta della scuola, e, tanto per cambiare, era mattina – ciò voleva dire che le insopportabili ore scolastiche non erano nemmeno iniziate. Ma poteva sempre godere di quell'insolita quiete, almeno fino all'arrivo dei suoi compagni. Sembrava tutto così irreale. Chiuse gli occhi, e decine e decine di immagini le passarono davanti: suo padre, che irato le urlava addosso; Jackson, che era “pazzo di lei”; Damon, che le salvava la vita; Elise, che, semplicemente, era incredibile. E Denise non riusciva a capire come avesse fatto ad odiarla, come avesse fatto a provare tanto rancore nei confronti di una giovane così perfetta. Forse era proprio questo il problema. La sua straordinaria perfezione. Denise si chiese per un attimo cosa voleva dire essere nei panni della splendida Elise; un sogno, probabilmente – anzi no, sicuramente. Sentì nuovamente il suo delicato profumo, le cui note golose, adesso, sapevano di peonia e legni esotici; quando c'era Elise nei paraggi era riconoscibile non dai passi, in realtà talmente leggeri da poter essere uditi difficilmente, bensì dall'innata capacità di profumare ogni giorno in modo diverso. «Apri gli occhi» sussurrò, e Denise lo fece. Elise sorrideva dolcemente. Come poteva odiarla? Forse la lugubre Lemaire non era poi così cattiva - come invece veniva descritta dalle più maliziose della scuola. Ma che cosa l'aveva spinta ad essere gentile nei suoi confronti, così, su due piedi? La biondina fece per dire qualcosa, ma una voce squarciò la fiabesca atmosfera che si era creata. «Eeehi bellissime!» Michael, con il suo solito comportamento idiota. «Io non sono bella», chiarì Denise, «lei lo è». Michael, da come guardava Elise, pareva assolutamente d'accordo. Elise scoppiò a ridere, la sua prima risata sincera in ben cinque anni di sguardi tristi e sconsolati. «Ma che dici!» Stupefacente. Nessuno si curava più di quelli che erano arrivati in classe. Nessuno si curava più di quello che succedeva nel mondo. Tutto girava intorno a lei, alla sua magica risata, al suo buonumore dai toni pastello. Nessuno si curava più di niente.